Procedura per rassegnare le dimissioni

Chiarimenti sulla procedura per rassegnare le dimissioni

La lettera per rassegnare le dimissioni

Le dimissioni sono, oggi, un evento abbastanza raro se non eccezionale, ma la riforma Fornero da una parte e comportamenti datoriali non sempre corretti dall’altra, possono portare a commettere errori e subire dei danni economici. Iniziamo con la lettera per rassegnare le dimissioni, lettera che va modulata in funzione delle esigenze del dipendente. La formula più corretta prevede che:

  1. sia specificata la data delle dimissioni;
  2. sia chiarito se s’intende darsi disponibile o meno ad effettuare il periodo di preavviso.

Questa ultima informazione determina la gestione del preavviso:

  • qualora non ci si dia disponibili, l’azienda sarà autorizzata a defalcare dalle competenze di fine rapporto una somma pari alla retribuzione che sarebbe spettata al dipendente se avesse lavorato il periodo di preavviso;
  • qualora ci si dia dispobili, l’azienda avrà due opzioni: potrà chiederci di lavorare il preavviso o potrà dispensarci dal farlo. In questo secondo caso dovrà erogare, oltre alle competenze di fine rapporto, l’indennità di preavviso, pari alla retribuzione determinata come sopra.

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Cosa cambia nel mercato del lavoro con l’approvazione del Job Acts

Analisi delle previsioni contenute nel Jobs Act

L’evoluzione del Jobs Act

Chi segue , per motivi professionali e personali, le decisioni governative sulla riforma del mercato del lavoro, si sarà accorto che, come previsto, l’impianto inizialmente annunciato del Jobs Act si è andato via via modificando; qualcuno comincia a chiedersi cosa realmente cambierebbe sul mercato del lavoro nel caso il Jobs Act venisse approvato così come proposto dal governo Renzi. Si tenga comunque presente che, dopo l’approvazione al Senato, la delega deve passare alla Camera e la minoranza del PD ha dichiarato che intende continuare la sua battaglia per apportare modifiche all’attuale formulazione. Continua a leggere

Ulteriori considerazioni sul Jobs Act

La nostra posizione sul Job act

Mi è stato fatto notare che su un blog, come il nostro, che tratta delle problematiche relative al lavoro dipendente, dovrebbe essere pubblicata una presa di posizione più precisa sulla riforma del mercato del lavoro.
Sottolineo nuovamente che prendere posizioni pro o contro, prima che la legge sia approvata mi sembra un esercizio non corretto.Non vorrei fare lo stesso errore della CGIL che potrebbe indire uno sciopero generale nel caso il governo decidesse, per decreto,la riforma del mercato del lavoro; in altre parole per la CGIL non hanno importanza i contenuti della legge (come dovrebbe essere, visto che si dice rappresentare un significativo numero di lavoratori), ma solo il fatto che il governo ignori la concertazione e non segua le lungaggini del disegni di legge.Fatta allora questa premessa posso prendere posizione su tre aspetti che fanno da corollario a qualsiasi riforma del mercato del lavoro, contenuta nel Jobs Act.

  • Sono decisamente contro al cosidetto capitalismo e/o finanza turbo, poiché è ormai chiaro che l’eccesso di liberismo non ha prodotto un miglioramento nelle condizioni di vita dei lavoratori, ma ha solamente portato grandi vantaggi economici per pochi, a danno di milioni e milioni di persone.
  • Ho già detto, in precedenti post, che riconosco ai datori di lavoro il diritto di gestire le loro aziende intervenendo sull’organizzazione  per liberarsi di dipendenti disonesti e quando sopravvengono motivate ragioni di mercato; non ritengo che una società così detta civile possa, invece, accettare la preposizione ” l’azienda è mia e ho il diritto di farci quello che voglio”. Ciò sarebbe comprensibile se l’azienda fosse composta solo dall’imprenditore e da macchine robot; quando il destino dell’azienda è indissolubilmente legato al destini di lavoratori con le loro famiglie, l’azienda assume delle responsabilità sociali a cui non puà sottrarsi. Nessuno obbliga chi possiede la forza economica nel paese ad investire aprendo delle aziende, quindi se non sente o non vuole sottostare al concetto di responsabilità sociale dovrebbe investire in iniziative diverse.
  • Non so se e come verrà modificato l’art.18; sono assolutamente convinto che la reintegra (psicologicamente problematica anche per lo stesso dipendente) può essere superata con l’irrogazioni di elevate pene pecuniarie (anche più alte di 24 mensilità) a fronte di licenziamenti illeciti; dovrebbe essere raggiuntoun punto di equilibrio su questo aspetto. I sindacati devono accettare il fatto che all’interno delle organizzazioni esistono dipendenti che vanno allontanati perché deleteri per le aziende in cui lavorano (o non lavorano). Le organizzazioni di commercianti e degli industriali devono accettare che, all’interno dei loro rappresentati,  esistono imprendiotri incompetenti e/o disonesti i cui comportamenti non sono guidati dalla corretta e efficace conduzione delle loro aziende ma dalla volontà di accumulare benefici a solo scapito dei lavoratori.

Non mi sento, in questo momento, di aggiungere altro sulla bontà o meno del Jobs Act, in via d’approvazione da parte del governo.

Le critiche al Jobs Act

Prime considerazioni sulle previsioni del jobs act.

Il disegno di legge sul Jobs act

E’ necessario premettere che una prima valutazione sulle previsioni del jobs act, oggi si può fare esclusivamente basandosi sulle notizie di stampa e dei media; sino a quando la riforma del mercato del lavoro non sarà approvata in Parlamento, queste prime considerazioni possono avere solo una valenza teorica.
Mi sembra pura ideologia etichettare una legge come di destra, o liberista o thacteriana solo perché non allineata a logiche della sinistra più conservatrice; il criterio base per valutare una riforma del mercato del lavoro, adeguata alle nostre problematiche, dovrebbe essere quello di verificare quanto efficacemente sarà in grado di migliorare la flessibilità in entrata e quella in uscita, in modo da apportare reali vantaggi sia ai lavoratori che ai datori di lavoro. E’ però qui necessario fare una pausa per chiederci cosa dovrebbe significare flessibilità in entrata e flessibilità in uscita, poiché ho la netta impressione che le aspettative politiche, sindacali e datoriali possano differire significativamente sulle aspettate riforme.

È forse più facile che le opinioni convergano sul significato da dare alla flessibilità in entrata; le clausole legislative dovrebbero permettere ai datori di lavoro di assumere a costi inferiori degli attuali e con tipologie contrattuali non necessariamente a tempo indeterminato. Credo che sia possibile trovare una ampia convergenza sulle proposte già sul tavolo. Rimane sempre da verificare quanto il legislatore sarà in grado di studiare adeguate norme di controllo, affinché i soliti furbi non riescano a sfruttare imprecisioni legislative per licenziare e riassumere personale al solo fine di trarne un immediato vantaggio economico, ma che nulla avrebbe a che vedere con gli obbiettivi della flessibilità in entrata. I sindacati, su questo aspetto, hanno perfettamente ragione nel chiedere norme a salvaguardia dei lavoratori.
Le tensioni interne nel partito democratico, lo scontro tra la Presidenza del Consiglio e la Camusso, le precisazione del PDL dimostrano che la vera difficoltà risiede nella definizione della flessibilità in uscita; il disaccordo verte essenzialmente sulla modifica all’Art.18 dello Statuto dei lavoratori, poiché la proposta di riforma prevede la cancellazione della reintegrazione del dipendente anche a fronte di un licenziamento ingiusto. Il datore di lavoro ovviamente dovrebbe essere condannato a penali e come materia di scambio il governo prevede la definizione di un contratto a tutele crescenti e una più ampia protezione sociale qualora il dipendente perdesse il lavoro.

La reintegrazione del lavoratore non sarebbe prevista nel jobs act

Mi permetto, avendo vissuto per 10 anni in una direzione dl Personale, di affermare che il problema della reintegrazione non tiene conto delle realtà aziendali ed è un problema che dovrebbe essere risolto a monte e non a valle; provate a pensare quale tipo di vita si prospetta ad un dipendente che ha impugnato il suo licenziamento ed è stato reintegrato dalla magistratura del lavoro. L’unico sistema sarebbe quello di porre penali così elevate da costringere il datore di lavoro a riflettere dieci volte prima di procedere ad un licenziamento ingiusto o illegittimo. Mi sembra che questo approccio sia condiviso dalle aziende se è vero quanto è emerso da un indagine condotta su 500 aziende dall’Osservatorio Permanente sul mercato del lavoro, chiedendo di valutare il DL presentato dal Ministro Poletti. Riassumo le evidenze emerse da questa indagine:

  • Secondo un’azienda su due (49,5% dei rispondenti), la principale priorità del governo in tema di lavoro dovrebbe essere quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale.
  • In materia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la maggior parte dei rispondenti (42,5%) ha dichiarato di preferire un contratto dove l’art.18 cessi di essere applicato del tutto, a fronte di un’indennità monetaria crescente da corrispondere al lavoratore e di un supporto alla ricollocazione professionale. Il 32,6 % non ritiene necessaria l’introduzione di un contratto a tutele crescenti laddove la minoranza (24,9%) ritiene che l’art.18 debba tornare ad essere applicato dopo i primi 3 anni dall’assunzione.

Il Jobs act dovrebbe contenere un’ equilibrata riforma del mercato del lavoro con norme che permettano alle aziende di risolvere il rapporto di lavoro a fronte di illegittimi comportamenti del lavoratore, a fronte di comprovate ragioni economiche ed organizzative ma, ugualmente, non dovrebbe dimenticare che come esistono lavoratori disonesti esistono anche datori di lavoro disonesti e a questi andrebbe impedito di utilizzare licenziamenti non giustificati.

Il contratto a tutele crescenti

Si fa un gran parlare in questi giorni del contratto a tutele crescenti. Questo nuovo contratto farebbe parte della riforma del mercato del lavoro e la sua importanza deriverebbe (il condizionale è d’obbligo) dalla possibilità di vederlo come arma di scambio con l’abolizione della reintegra prevista dall’Art.18 dello Statuto dei lavoratori.
E’ pur vero che l’Art.18 è già stato modificato dalla riforma Fornero, al punto che la reintegra è prevista solo in caso di licenziamenti discriminatori; in tutti gli altri casi di licenziamenti illeciti sono oggi previste penali di valore variabile, ma escludere completamente questa intervento lascia dei dubbi.
Renzi  ha ulteriormente sminuito l’importanza della reintegra affermando che il problema  riguarda circa 3.000 persone l’anno poiché l’Art. 18 vale solo per i lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti. Ovvero, secondo una recente stima della Cgia di Mestre, il 2,4% del totale delle imprese italiane e il 57,6% dei lavoratori dipendenti, occupati nel settore privato dell’industria e dei servizi, circa 6,5 milioni su oltre 11 milioni di operai e impiegati. Continua a leggere