Riliquidazione dell’imposta sul TFR

Breve guida alla riliquidazione dell’imposta sul tfr.

Come avviene il calcolo del TFR

Una domanda da parte di un lettore mi suggerisce di chiarire nuovamente in cosa consiste la riliquidazione dell’imposta sul TFR; il nostro lettore aveva ricevuto, da parte dell’Agenzia delle Entrate, un avviso di riliquidazione della suddetta imposta e, ricordando quanto avevo scritto in un mio precedente post, si domandava se avrebbe potuto impugnare quella richiesta.
Chiariamo, prima di tutto, che il calcolo del TFR ha subito nel tempo delle modifiche, per cui le quote accantonate (TFR lordo) prima del 2001 subiscono una tassazione diversa da quelle accantonate dopo tale data.
In base all’attuale normativa le quote di TFR che sono maturate a partire dall’1 gennaio 2001 sono imponibili solo per la quota capitale, senza quindi considerare le rivalutazioni annuali. L’obbligo per il datore di lavoro di effettuare la ritenuta ai fini fiscali sorge al momento in cui il TFR viene erogato al lavoratore. In ogni caso la data del 1° gennaio 2001 fa da spartiacque, considerando che le somme maturate prima di tale data sono disciplinate in un particolare modo, mentre quelle maturate dopo sono disciplinate differentemente. Infatti le quote maturate sino al 31.12.2000 sono interamente tassate dal datore di lavoro, mentre le altre sono assoggettate solo a ritenuta parziale da parte del datore di lavoro, in quanto sarà poi l’Agenzia delle Entrate ad effettuare il calcolo corretto dell’imposta dovuta. Non entro nei dettagli per il calcolo dell’ aliquota di tassazione del TFR; ai nostri fini è sufficiente sapere che è calcolata tendendo conto dell’aliquota media che il lavoratore ha subito negli ultimi cinque anni di lavoro i fini della tassazione Irpef. Continua a leggere

Perché sono contro il contributo di solidarietà

Il lettore del blog “guastafeste” si meraviglia del fatto che abbia manifestato disaccordo sull’eventuale applicazione di un contributo di solidarietà alle pensioni alte, quando questo dovrebbe essere considerato una misura di equità sociale. È ormai noto che il governo ha , perlomeno sospeso, l’adozione di tale provvedimento, il che se non altro significa che dubbi esistevano all’interno della stessa maggioranza; ricordo che si era partiti parlando di pensioni d’oro, poi di pensioni alte ed infine di pensioni superiori ai 3000 euro/mese (senza sapere se lordi o netti). Rispondo al lettore che la mia contrarietà al contributo di solidarietà è basata sulla convinzione che non sia proprio una misura di equità sociale perché:

  • I governi, che si sono succeduti in questi ultimi anni, non hanno mai adottato efficaci misure per contrastare un’evasione fiscale che vale qualche centinaio di miliardi:
  • poco o niente è stato fatto per diminuire la spesa pubblica dove si annidano sprechi ed intollerabili sacche di previlegi. Oggi finalmente un Presidente del Consiglio afferma che nel Pubblico Impiego c’è grasso che cola;
  • esistono autonomie regionali che, in spregio alle politiche centrali, aumentano invece di diminuire le loro spese di gestione;
  • nessuno, sino ad ora, è riuscito a diminuire il numero delle centrali d’acquisto nella Pubblica Amministrazione non ottenendo, da un lato, la diminuzione di spesa e favorendo, dall’altro, corruzione ed illeciti;
  • sono migliaia le aziende partecipate ( ho perso il conto) che costano un enormità e producono poco o niente. Molte di queste dovevano essere chiuse o privatizzate ma sono ancora tutte al loro posto; alcune chiuse hanno ancora in piedi la struttura organizzativa che viene regolarmente pagata.

Caro “guastafeste” cambierò la mia opposizione al contributo di solidarietà quando i governi, dopo aver corretto tutte queste storture, avranno ancora bisogno del contributo dei pensionati per aiutare i cittadini più deboli.

Un nuovo contributo di solidarietà?

PolettiSono riprese, da parte di uomini di governo e di partiti, dichiarazioni per giustificare l’applicazione di un contributo di solidarietà alle pensioni così dette alte.

L’art. 53 della Costituzione dispone che: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Organi istituzionali, a partire dalla Presidenza del Consiglio e dal Ministero dell’Economia, insistono ad affermare due concetti: il governo non intende aumentare le tasse e non è prevista alcuna nuova manovra economica prima della fine del 2014. Si deve dedurre che, o queste affermazioni sono false, oppure il governo si accinge ad attuare una vera e propria azione discriminatoria, dal punto di vista fiscale, nel pretendere un contributo di solidarietà solo da un nucleo più o meno rilevante di pensionati, rimanendo ancora non definito cosa s’intende per pensioni alte. Continua a leggere

Incentivi all’esodo assoggettati a contribuzione?

Gli incorte di cassazionecentivi all’esodo saranno assoggettati a contribuzione? Chi ha recentemente firmato o sta firmando accordi che prevedono l’erogazione di un incentivo all’esodo dovrebbe seguire con attenzione gli sviluppi legati ad una recente sentenza della Cassazione (numero 9180 del 23 aprile 2014), la quale potrebbe avere delle indubbie ripercussioni sulle transazioni in materia di lavoro. La Cassazione ha preso in esame l’assoggettabilità a contribuzione degli importi corrisposti dal datore di lavoro al dipendente in esecuzione di una transazione lavorativa, concordata al fine di evitare l’insorgere di una lite.

La Cassazione ha affermato che, di per se stesso, il titolo transattivo attribuito dalle parti all’erogazione di una somma, finalizzata anche a prevenire una lite e senza alcun riconoscimento relativo all’intercorso rapporto di lavoro, non è idoneo ad escludere la pretesa contributiva dell’INPS. Questa posizione smentisce pertanto quanto precedentemente stabilito dall’art.12 della legge 153/1969, che escludeva dalla base retributiva, soggetta a contribuzione, le somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori.
I giudici, senza entare nelle considerazioni tecniche alla base della loro sentenza,hanno ritenuto che il concetto di retribuzione indicato nell’art. 2099 del codice civile sia ben più ampio e che tra le somme soggette a contribuzione obbligatoria vi siano anche quelli non necessariamente riferiti alla prestazione lavorativa.

Tale principio, secondo i Giudici, vale anche per le somme erogate a titolo di incentivo all’esodo. Non si ha notizia di prese di posizioni da parte dell’INPS ma se l’Istituto sposasse la tesi affermata dai Giudici si avrebbero delle importanti conseguenze su tutte le transazioni lavorative concluse presso le Direzioni Provinciali del Lavoro (magari con retroattività entro i termini di prescrizione). Tutti coloro che sono in procinto di chiudere una transazione lavorativa potrebbero ricevere notizie dall’Inps al fine di vedersi richiesti i contributi previdenziali di legge sulle somme pattuite.

Il calcolo dell’indennità sostitutiva di preavviso

La richiesta di consulenza su una contestazione dell’indennità sostitutiva di preavviso, mi suggerisce di chiarire alcuni aspetti del calcolo che, o per scarsa informazione o per dolo, si potrebbero tradurre in un danno economico per il lavoratore. L’istituto del preavviso è normato dalle leggi sul lavoro e dai contratti nazionali di categoria; nel momento in cui una delle due parti, datore di lavoro o lavoratore, decide d’interrompere il rapporto di lavoro, deve all’altra un periodo di preavviso, variabile in base all’anzianità di servizio e al livello di inquadramento.

Un esempio può essere utile per comprendere, successivamente, cosa si nasconde dietro il corretto calcolo dell’indennità sostitutiva di preavviso; ammettiamo che un lavoratore venga licenziato e, stante il CCNL, l’inquadramento e la sua anzianità di servizio, gli competano 2 mesi di preavviso. Consideriamo ancora che il licenziamento sia legittimo e che le parti non intendano trasformare il licenziamento in una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro (escludiamo questi casi poiché la gestione del preavviso subirebbe delle modifiche).
Il datore di lavoro potrebbe decidere di mantenere in servizio il lavoratore sino alla scadenza dei due mesi dalla data del licenziamento o, per motivi organizzativi, di evitare che il lavoratore continui a recarsi al posto di lavoro da subito. Questo passaggio è determinante per capire se il calcolo dell’indennità di mancato preavviso è formulato o meno in modo corretto. Continua a leggere