Partecipazione agli utili

Sta emergendo, tra le tante proposte per superare la crisi e per innovare la contrattazione di secondo livello, quella di Tremonti sulla partecipazione agli utili aziendali; proposta che ha raccolto il commento entusiastico di Sacconi, l’approvazione della UIL e della CISL che, con Bonanni, auspicherebbe di arrivare, anche, alla partecipazione del controllo delle aziende.

I dubbi sulla partecipazione agli utili dei dipendenti

Vorrei, prima di passare in rassegna le opinioni pro e contro la proposta, far presente che concetti quali quelli del gain sharing e profit sharing erano già ben noti ed applicati nel sistema incentivante di molte aziende, sebbene frequentemente riservati al personale direttivo.Il primo commento importante è quello rilasciato a Panorama dal Presidente della Confindustria Marcegaglia che, senza scendere in dettagli, afferma che se questo significa aumentare il potere di spesa dei lavoratori e l’efficienza delle aziende potrebbe essere d’accordo. Nettamente contraria alla proposta se questa volesse introdurre il concetto di cogestione dell’impresa. E’ interessante valutare le opinioni contrastanti di due personaggi quali Michele Martone e Roberto Perotti.

Martone, favorevole alla partecipazione agli utili, anche attraverso l’acquisto di azioni dell’azienda di appartenenza, difende questa posizione contrastando tre delle maggiori critiche alla proposta.

  1. Acquistare azioni delle imprese in questo momento dovrebbe costituire un buon investimento poiché, in conseguenza della crisi, i valori sono bassi e se ne può prevedere solo una aumento.
  2. Il  rischio per i lavoratori di arrivare a guadagnare di meno, partecipando agli utili aziendali, non esisterebbe, laddove questo costituisse solo una parte della retribuzione variabile e non toccasse la parte di retribuzione fissa, stabilita dalla contrattazione di primo livello
  3. Il rischio che si crei confusione se legare gli aumenti retributivi alla produttività individuale (retribuzione di risultato) o all’andamento dell’azienda (partecipazione agli utili) potrebbe essere risolta attraverso gli accordi collettivi a livello aziendale.

Le considerazioni di Perotti sono più complesse e possono essere così riassunte:

  1. La possibilità di detenere azioni, seppure per periodi di tempo concordati, non conviene ai lavoratori, poiché rimarrebbero legati mani e piedi all’azienda, qualunque ne fosse l’andamento. Cita come esempio il disastroso caso dei dipendenti della Enron, che, quando fallì l’azienda, persero posto di lavoro e pensioni, avendo investito i risparmi pensionistici in azioni della società.
  2. La partecipazione agli utili sotto forma di una parte di remunerazione legata ai profitti aziendali verrebbe vissuta in modo completamente diverso dai datori di lavoro e dai sindacati. Questi ultimi vorrebbero che la remunerazione aumentasse quando i profitti fossero alti, ma non scendesse mai sotto un certo livello quando i profitti fossero bassi o negativi. Questa visione diventerebbe, di fatto, uno schema per aumentare la remunerazione attuale: ovviamente nessun imprenditore sarebbe disposto a sottoscriverlo.
  3. Compartecipazione e cogestione dell’impresa sono difficile da separare poiché i lavoratori, partecipando agli utili aziendali, non sarebbero più disposti a pagare alcun prezzo a causa delle strategie sbagliate del management o per l’avidità della proprietà. La cogestione di facciata, realizzata accettando la presenza di sindacalisti nei consigli di amministrazione con un ruolo consultivo, avrebbe come effetto solo quello di intralciare il funzionamento dell’azienda e a delegittimare i sindacati agli occhi dei lavoratori. Faccio quì notare che la Marcegaglia ha chiaramente indicato che una cogestione sostanziale non sarebbe certamente accettata dai datori di lavoro.
  4. Riporto integralmente una frase presa dall’articolo che Perotti ha scritto sull’argomento”Infine, la partecipazione agli utili non può funzionare perché, se attuata in modo sostanziale, comporta una differenziazione tra lavoratori che risulterà inaccettabile nella società italiana: il lavoratore della ditta di bulloni che beneficia di un forte aumento della domanda avrà una remunerazione superiore a un identico individuo che ha la sfortuna di lavorare in una ditta di cioccolato la cui domanda è scesa”.

L’analisi di queste diverse posizioni mi porta a fare due osservazioni:

  1. Non credo che la maggioranza delle aziende italiane sia in grado di gestire un processo di partecipazione agli utili dei dipendenti. Lo schema può funzionare solo se correttamente collegato all’andamento dell’azienda e alla produttività individuale; l’andamento aziendale dovrebbe determinare la somma disponibile e la produttività individuale dovrebbe indicare a chi ridistribuirla. Ciò significa avere un efficace e condiviso processo di valutazione del personale; quante sono le aziende in questa situazione?  I datori di lavoro dovranno fare ben attenzione a non trovarsi ingabbiati in politiche retributive che distribuirebbero denaro indiscriminatamente, diminuendo ulteriormente il potere discrezionale dell’azienda.
  2. Non capisco, d’altro canto, il commento di Perotti sulla differenziazione tra lavoratori; dove é la differenza con la situazione attuale? Oggi, purtroppo, il suo lavoratore nella ditta di cioccolato sarebbe, prima, messo in CIGS e, poi, inserito in mobilità. Perotti dovrebbe spiegare, come potrebbero competere le imprese nel mondo attuale, se non esistesero delle forme di flessibilità, legate agli andamenti delle aziende.

Partecipazione agli utili ultima modifica: 2009-09-12T15:42:00+00:00 da pps9000
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