Difendere il posto di lavoro

licenziamento

Il post riassume quali sono le azioni che si possono mettere in atto per difendere il posto di lavoro, sottolineando però che la miglior difesa è la prevenzione. Non bisogna mai dimenticare che oggi non è infrequente incontrare aziende e attività commerciali gestite direttamente dalla malavita, per cui in caso di sospetti, meglio sarebbe non instaurare alcun rapporto di lavoro con questi imprenditori.

L’attuale mercato del lavoro

Perdere il posto di lavoro è sempre stato un dramma, ma nell’attuale situazione del mercato del lavoro risulta poi estremamente difficile trovare, in breve tempo, una nuova opportunità professionale; la percentuale di disoccupazione ha superato il 13,5% della popolazione potenzialmente attiva e le statistiche parlano ormai 3 milioni e mezzo di disoccupati. Non c’è da illudersi; questa situazione continuerà, purtroppo, a incidere sul mercato del lavoro del nostro paese per molto tempo ancora e, quando inizierà un recupero, questo sarà, secondo le previsioni, molto lento.
La maggior parte se non la quasi totalità delle risoluzioni del rapporto di lavoro è, oggi, conseguenza di processi riorganizzativi che portano all’adozione di licenziamenti collettivi, con o senza l’ingresso in mobilità, o di licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo. Questi due processi sono spesso utilizzati dai datori di lavoro per disfarsi di dipendenti a loro poco graditi; ecco allora che può diventare importante conoscere quali sono quei comportamenti in azienda, che sarebbe meglio evitare per non dare adito al datore di lavoro di ritenerci dipendenti sgraditi da allontanare appena possibile.

Comportamenti che mettono a rischio il posto di lavoro

Intendo, con la definizione di comportamenti a rischio segnalare tutti quei comportamenti che, se ripetuti nel tempo, provocano il deterioramento dei rapporti gerarchici. Non si tratta di comportamenti o atteggiamenti per i quali sono previsti interventi disciplinari, ma sono così sgraditi che, laddove se ne presentasse l’occasione, potrebbero indurre il capo a liberarsi della tua presenza. Li cito senza alcun ordine di priorità:

  1. tendenza alla demotivazione. I dipendenti che soffrono di questa “patologia” tendono a demotivarsi senza che ci siano particolari ragioni personali e/o aziendali. Ciò li porta a rivolgersi frequentemente ai capi per chiedere conforto sulla loro valutazione, sulla correttezza della retribuzione, sull’inquadramento ricevuto, sui rapporti con i colleghi. S’instaura, ad un certo punto, un circolo vizioso poiché il capo, stanco di questa perenne demotivazione, diventa sempre meno disponibile a rassicurare il dipendente ed inizia a valutare la possibilità di liberarsene alla prima occasione;
  2. scarsa flessibilità, caratteristica questa indispensabile per adattarsi con successo ai cambiamenti e a nuove condizioni di lavoro. Gli individui poco flessibili resistono, al di la qualunque ragionevole motivo, alle richieste di cambiamento che sono indispensabili per competere nell’attuale mercato globale. Ciò costringe i capi ad un super lavoro per motivarli, talvolta senza successo; è ovvio che il dover spendere troppo tempo con i dipendenti poco flessibili, deteriora, a lungo andare, i rapporti interpersonali con la conseguenza che l’azienda cercherà ogni occasione per liberarsi di loro;
  3. mancanza di autocritica. Tutti i dipendenti hanno, nello svolgere le proprie mansioni, punti di forza e punti di debolezza; esistono, però individui che, non avendo un seppur minimo senso di autocritica, tendono a sopravalutare il proprio contributo all’azienda. Ciò li porta credere di meritarsi riconoscimenti economici o addirittura gerarchici, anche quando i loro risultati sono nella norma o sotto la media; a intervalli regolari sono nell’ufficio del capo a lamentarsi perché, a loro giudizio, non vedono riconosciuti i loro meriti. Il capo, visti i loro risultati reali, non può dare corso a tali richieste ed è dunque costretto a gestire questi spiacevoli colloqui, che finiscono per generare irritazione verso il dipendente;
  4. mancanza di puntualità. Parliamo qui del ritardatario cronico che arriva tardi in ufficio, nelle riunioni, nel disbrigo delle pratiche affidategli ecc. Ciò che irrita i capi è il fatto che, frequentemente, sono poi loro a dover rispondere dei ritardi del loro dipendente, poiché, nelle aziende serie, i capi rispondono in prima persona dei comportamenti dei loro subordinati;
  5. malato cronico. Non si vogliono certamente stigmatizzare i comportamenti di dipendenti realmente affetti da patologie che li costringono a frequenti e più o meno prolungate assenze. Esistono, d’altra parte, dipendenti che, approfittando delle procedure che regolano le assenze per malattia e con il coinvolgimento di medici compiacenti, si danno malati in modo strategico; si assentano in momenti di grande lavoro, o nei giorni che precedono/seguono ponti e festività infrasettimanali, durante le ferie che così vengono interrotte. Sono dei veri e propri professionisti dell’assenza per malattia. Inutile dire che anche in questo caso l’azienda è sempre con il fucile puntato, pronta a cogliere la prima occasione per chiudere il rapporto.

E’ ovvio che in certe situazioni aziendali, la perdita del posto di lavoro è dovuta a fattori esterni e non gestibili dal singolo dipendente, ma l’evitare di mettere in atto i citati comportamenti a rischio diminuisce , se non altro, la probabilità di perdere il posto di lavoro per propria colpa.

Difendere il posto di lavoro ultima modifica: 2014-09-17T17:14:50+00:00 da pps9000
Share