Le critiche al Jobs Act

E’ oggi possibile fare  le prime considerazioni sulle previsioni del jobs act sulla scorta delle informazioni diffuse dai media o raccolte dai giornalisti nelle interviste ai politici dei diversi partiti

Il disegno di legge sul Jobs act

E’ necessario premettere che una prima valutazione sulle previsioni del jobs act, oggi si può fare esclusivamente basandosi sulle notizie di stampa e dei media; sino a quando la riforma del mercato del lavoro non sarà approvata in Parlamento, queste prime considerazioni possono avere solo una valenza teorica.
Mi sembra pura ideologia etichettare una legge come di destra, o liberista o thacteriana solo perché non allineata a logiche della sinistra più conservatrice; il criterio base per valutare una riforma del mercato del lavoro, adeguata alle nostre problematiche, dovrebbe essere quello di verificare quanto efficacemente sarà in grado di migliorare la flessibilità in entrata e quella in uscita, in modo da apportare reali vantaggi sia ai lavoratori che ai datori di lavoro. E’ però qui necessario fare una pausa per chiederci cosa dovrebbe significare flessibilità in entrata e flessibilità in uscita, poiché ho la netta impressione che le aspettative politiche, sindacali e datoriali possano differire significativamente sulle aspettate riforme. È forse più facile che le opinioni convergano sul significato da dare alla flessibilità in entrata; le clausole legislative dovrebbero permettere ai datori di lavoro di assumere a costi inferiori degli attuali e con tipologie contrattuali non necessariamente a tempo indeterminato. Credo che sia possibile trovare una ampia convergenza sulle proposte già sul tavolo. Rimane sempre da verificare quanto il legislatore sarà in grado di studiare adeguate norme di controllo, affinché i soliti furbi non riescano a sfruttare imprecisioni legislative per licenziare e riassumere personale al solo fine di trarne un immediato vantaggio economico, ma che nulla avrebbe a che vedere con gli obbiettivi della flessibilità in entrata. I sindacati, su questo aspetto, hanno perfettamente ragione nel chiedere norme a salvaguardia dei lavoratori.
Le tensioni interne nel partito democratico, lo scontro tra la Presidenza del Consiglio e la Camusso, le precisazione del PDL dimostrano che la vera difficoltà risiede nella definizione della flessibilità in uscita; il disaccordo verte essenzialmente sulla modifica all’Art.18 dello Statuto dei lavoratori, poiché la proposta di riforma prevede la cancellazione della reintegrazione del dipendente anche a fronte di un licenziamento ingiusto. Il datore di lavoro ovviamente dovrebbe essere condannato a penali e come materia di scambio il governo prevede la definizione di un contratto a tutele crescenti e una più ampia protezione sociale qualora il dipendente perdesse il lavoro.

La reintegrazione del lavoratore non sarebbe prevista nel jobs act

Mi permetto, avendo vissuto per 10 anni in una direzione dl Personale, di affermare che il problema della reintegrazione non tiene conto delle realtà aziendali ed è un problema che dovrebbe essere risolto a monte e non a valle; provate a pensare quale tipo di vita si prospetta ad un dipendente che ha impugnato il suo licenziamento ed è stato reintegrato dalla magistratura del lavoro. L’unico sistema sarebbe quello di porre penali così elevate da costringere il datore di lavoro a riflettere dieci volte prima di procedere ad un licenziamento ingiusto o illegittimo. Mi sembra che questo approccio sia condiviso dalle aziende se è vero quanto è emerso da un indagine condotta su 500 aziende dall’Osservatorio Permanente sul mercato del lavoro, chiedendo di valutare il DL presentato dal Ministro Poletti. Riassumo le evidenze emerse da questa indagine:

  • Secondo un’azienda su due (49,5% dei rispondenti), la principale priorità del governo in tema di lavoro dovrebbe essere quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale.
  • In materia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la maggior parte dei rispondenti (42,5%) ha dichiarato di preferire un contratto dove l’art.18 cessi di essere applicato del tutto, a fronte di un’indennità monetaria crescente da corrispondere al lavoratore e di un supporto alla ricollocazione professionale. Il 32,6 % non ritiene necessaria l’introduzione di un contratto a tutele crescenti laddove la minoranza (24,9%) ritiene che l’art.18 debba tornare ad essere applicato dopo i primi 3 anni dall’assunzione.

Il Jobs act dovrebbe contenere un’ equilibrata riforma del mercato del lavoro con norme che permettano alle aziende di risolvere il rapporto di lavoro a fronte di illegittimi comportamenti del lavoratore, a fronte di comprovate ragioni economiche ed organizzative ma, ugualmente, non dovrebbe dimenticare che come esistono lavoratori disonesti esistono anche datori di lavoro disonesti e a questi andrebbe impedito di utilizzare licenziamenti non giustificati.

Le critiche al Jobs Act ultima modifica: 2014-09-21T21:10:28+00:00 da pps9000
Share