Una interessante opportunità per ISF senza lavoro

L’industria farmaceutica ha estromesso, negli anni, molto personale di campo per cui oggi un grande numero di ISF senza lavoro ha difficoltà nel reinserirsi in questo settore del mercato del lavoro. E’ per questo motivo che pubblico con piacere la mail che ho ricevuto dal presidente della Coohesion Pharma.

Cosa propone la Coohesion Pharma

Caro Pier Paolo,

Buongiorno sono Gaetano Mancuso, Presidente di Coohesion Pharma Soc. Coop. Siamo una società farmaceutica, fondata da ex ISdF che sono fuoriusciti da multinazionali, per riorganizzazione aziendale. Siamo, come immaginerai, persone con alcuni anni di esperienza, e anagrafica, che hanno scelto di cooperare per fare da soli. Per fare imprenditoria e per recuperare il posto di lavoro perso negli ultimi anni. Ti conosco da un libro che hai scritto e che ho letto alcuni anni fa. Mi serve una cortesia. Noi abbiamo creato questa cooperativa per restituirci il lavoro. Per tornare a lavorare con uno stipendio secondo CCNL, come eravamo abituati. Non certo a quegli importi, ma ci tentiamo. Per ora siamo ancora piccoli, ma ci serve crescere e non è facile trovare soci che investano (parliamo di 1.560 euro) per entrare. Non perché i colleghi non abbiano i soldi, ma perché il concetto di “stare insieme” fare rete” “cooperare” attecchisce con estrema difficoltà nel nostro campo. Ti allego la visura camerale e una breve presentazione. Ti è possibile, in un qualche modo, aiutarci a diffondere il concetto?

Al momento siamo 24 ma abbiamo individuato 137 territori in tutta italia e ci serve coprirli per crescere rapidamente. Siamo presenti in Campania e Lazio (metà). Tutto il resto d’Italia è vuota.

Grazie per quello che potrai e vorrai fare per noi.”

Visura catastale e presentazione della Coohesion Pharma

Gli interessati possono visualizzare tutti i dati più significativi della Coohesion Pharma cliccando sul link visura e sul link presentazione

 

Gaetano Mancuso – QPPV

Coohesion Pharma

Resp: Farmacovigilanza

Mail: presidenza@coohesionpharma.it

Mob24/7: +39.393.893.6003

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L’Italia avrebbe bisogno di una nuova riforma del mercato del lavoro

Le imprese sono schiacciate dalla burocrazia

È noto che i posti di lavoro non si creano per legge, ma è anche vero che opportune normative, svincolate da ideologie politiche, potrebbero portare ad un’efficace e nuova riforma del mercato del lavoro. È dalla riforma Fornero che si è pensato ad intervenire con leggi che modificassero i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori; è ora che una nuova riforma del mercato del lavoro intervenga sui rapporti tra lo stato e i datori di lavoro.

Le precedenti riforme del mercato del lavoro

I tentativi fatti dai precedenti governi di diminuire la disoccupazione, a ben guardare, non hanno prodotti grandi risultati perché, se è vero che è aumentato il numero degli occupati, questo è in gran parte dovuto al significativo aumento dei contratti a termine e dei contratti a chiamata. Obiettivi dei governi erano di aumentare la flessibilità in uscita e la flessibilità in entrata ma, mentre la prima è stata realmente ampliata, la seconda si è trasformata in una precarizzazione dei rapporti di lavoro; i motivi risiedono negli interventi governativi del 2012 e del 2015, prima con la riforma Fornero e dopo con il Jobs Act:

  • Si è passati dai contratti a termine causali a quelli acausali
  • Si è legalizzato il licenziamento individuale per motivi economici o per ristrutturazione aziendale, situazioni queste che, in passato, potevano essere gestite solo con i licenziamenti collettivi.
  • Sono state ridotti i casi in cui, fronte di licenziamenti illegittimi, è prevista la reintegra del dipendente.
  • Si è introdotto il contratto a tutele crescenti meno protettivo per i dipendenti di quanto non fossero i precedenti contratti a tempo indeterminato regolati dall’Art.18 dello Statuto dei lavoratori.

Vale ricordare che erano stati anche introdotti i contratti di collaborazione coordinata e continuativa(co.co.co) i contratti a progetto (co.co.pro) e l’utilizzo dei voucher per i rapporti di lavoro saltuari; tutte iniziative sulle quali i governi hanno dovuto fare marcia indietro, una volta accortisi che i datori di lavoro utilizzavano questi contratti in maniera impropria con l’unico scopo di abbassare il costo del lavoro. L’orientamento dei datori di lavoro lo si è visto anche con l’attuazione dei contratti a tutele crescenti; non appena sono terminati gli incentivi economici per chi assumeva a tempo indeterminato, sono esplosi i contratti a tempo determinato. Non è quindi possibile continuare su questa strada; una nuova riforma del mercato del lavoro, dovrebbe ripristinare le tutele che sono state tolte ai lavoratori dipendenti e, per permettere agli imprenditori di gestire le aziende con margini di utili accettabili, si dovrebbe intervenire sugli spropositati costi della burocrazia nei rapporti tra azienda e Stato. Un recento studio della CGIA di Mestre ha stimato che il contributo fiscale e i costi burocratici  sostenuti ogni anno dalle imprese italiane ammontano a 248 miliardi di euro, ammontare che non ha uguali in Europa.

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Le competenze più richieste dall’industria 4.0

Uomo e robot insieme nell’industria 4.0

In un prossimo futuro i possessori di alcune specifiche competenze, alla ricerca di un posto di lavoro, avranno grandi possibilità di essere assunti dallindustria 4.0 che sarà più orientata alla valorizzazione delle così dette competenze trasversali o soft skill

Cosa sappiamo dell’industria 4.0

Con il termine industria 4.0 si identificano quelle aziende che tendono ad adottare l’automazione industriale con l’obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro ed aumentare la produttività dei dipendenti e degli impianti. Le nuove tecnologie digitali avranno un impatto profondo sui processi che governano il rapporto tra l’uomo e la macchina, processi molto delicati e che sono già stati oggetto di critiche a causa di un uso potenzialmente scorretto del mezzo digitale per controllare l’attività del lavoratore (vedi caso Amazon e della grande  distribuzione). Già si parla della quarta rivoluzione industriale e dei suoi effetti sul mercato del lavoro; dalla ricerca “The Future of the Jobs” presentata al World Economic Forum è emerso che, nei prossimi anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro e perlomeno in una prima fase tra la creazione di nuovi posti di lavoro e la sparizione di altri, nel periodo 2015 – 2020 a livello mondiale  (esclusa la Cina) si potrebbe avere un saldo negativo di oltre 5.1 milioni di posti di lavoro. La buona notizia è che l’Italia ne dovrebbe uscire con un pareggio (200mila posti creati e 200mila persi); a livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione mentre aumenteranno le richieste nell’area finanziaria, nell’informatica e nell’ingegneria. Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: si prevede che nel 2020 il problem solving sarà la soft skill più ricercata, ma diventeranno sempre più importanti il pensiero critico e la creatività

Quali nuove figure professionali saranno necessaria all’industria 4.0

L’Italia continua a immettere sul mercato del lavoro giovani con lauree senza futuro e dal futuro incerto, mentre le rilevazioni sul campo dimostrano che esiste una grande richieste di tecnici di produzione, di telecomunicazione, di operatori di macchinari, di analisti e progettisti software, di operatori alle catene di montaggio automatizzate, che la scuola non riesce a soddisfare perché gli Istituti Tecnici sono scelti da pochi giovani; questi sono profili che avranno un futuro anche nell’industria 4.0 ma, accanto a questi profili, emergeranno nuove figure professionali come ad esempio:

  • Mobile developer. Figura che nasce con la rapida diffusione di dispositivi mobili, in grado di programmare e sviluppare software applicativi con sistemi operativi IOS o Android.
  •  Business intelligence. Analista di sistemi informativi aziendali e tecnologie
    informatiche finalizzate a supportare le performance e i processi decisionali aziendali in condizioni variabili di incertezza. Il BI analyst è una figura di riferimento nel settore IT, si occupa di raccogliere e analizzare informazioni in modo da trarre valutazioni e stime riguardo al contesto aziendale proprio e del mercato a cui partecipa.
  •  Social media specialist/ Social media marketing. La figura analizza i dati ricavati dai social media per migliorare i risultati di business. Egli è in grado, attraverso la sentiment analysis, di analizzare le opinioni degli utenti derivanti da social media, comprendendo i desideri del consumatore e valutando l’impatto delle campagne di marketing.
  • Social network analyst. La figura analizza i dati ricavati dai social media, trova applicazione delle scienze sociali come la sociologia, antropologia, economia e psicologia. Tuttavia anche l’ambito della computer science si sta indirizzando fortemente verso lo studio della social network analysis.

Quali soft skill sono richieste dall’industria 4.0

Le soft skill sono le cosiddette “competenze trasversali“, ovvero quelle capacità che raggruppano le qualità personali, l’atteggiamento in ambito lavorativo e le conoscenze nel campo delle relazioni interpersonali; sono in altre parole delle capacità e caratteristiche personali che, se possedute, permettono di raggiungere risultati eccellenti nello svolgere la mansione assegnata. Quelle che risulteranno indispensabili per ben operare nell’industria 4.0, oltre le già citate, saranno il saper lavorare in team, la capacità decisionale, la capacità di adattamento, il saper lavorare per obiettivi, l’automia organizzativa e il saper essere proattivi. Certamente la lista potrebbe essere più lunga ma queste sembrano essere le più richieste dall’industria 4.0

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Elezioni politiche 2018: conseguenze sul lavoro dipendente e sulle pensioni

Timori di ingovernabilità

I risultati delle elezioni politiche 2018 fanno temere situazioni che potrebbere avere conseguenze sul lavoro dipendente e sulle pensioni. Qui non si vogliono sostenere le ragioni di un partito piuttosto che di un altro, ma valutare razionalmente l’impatto che i diversi scenari politici potrebbero avere sul reddito dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, limitando le nostre osservazioni ai tre più significativi aspetti: l’instabilità del governo, il reddito di cittadinanza e la flat tax.

Le conseguenze dovute ad una instabilità di governo

Il quadro che emerge dai risultati delle elezioni politiche 2018 depone, nell’immediato, addirittura per l’impossibilità di formare un governo e di conseguenza per una prevedibile instabilità di governo, poiché qualunque maggioranza sarà eventualmente raggiunta, questa risulterà molto fragile. Una situazione del genere, visto anche il nostro elevato debito pubblico, fa temere per una massiccia speculazione sui nostri buoni di stato, così come lo è stato all’epoca del governo Berlusconi e che portò alla creazione del governo Monti; tutti ricordiamo il decreto salva italia, la successiva riforma delle pensioni che provocò lo slittamente dell’età pensionabile e il conseguente dramma degli esodati. Rimane il fatto che, anche a non voler essere così pessimisti, il prevedibile aumento dello spread e il conseguente aumento del debito pubblico, costringerebbe qualunque governo a dover reperire nuove risorse e, in questi frangenti, i lavoratori dipendenti e i pensionati sono la popolazione più a rischio divedere diminuita la propria capacità di spesa.

I dubbi sul finanziamento del reddito di cittadinanza

Ricordato che il reddito di cittadinanza è già adottato in molti paesi dell’Europa, seppure con caratteristiche diverse da paese a paese, ciò che preoccupa i commentatori politici è la poca chiarezza sulle formule di finanziamento fornite dal Movimento 5 Stelle, promotore del disegno di legge, nel caso avesse i numeri per governare il paese. Sostenere che il finanziamento si otterrebbe spostando la spesa di voci improduttive a voci produttive e con rigorosissimi controlli sulle spesa pubblica è una comprensibilissima ipotesi, ma solo un’ipotesi che poi andrebbe verificata sul campo; sino ad ora tutti i tentativi di diminuire la spesa pubblica attraverso controlli più rigorosi sono andati più o meno falliti. Quello che però preoccupa sono le dichiarazioni rilasciate da Di Maio al giornale il Mattino e il successivo chiarimento della deputata Laura Castelli intervistata dalla Stampa. Di Maio ipotizzava una parziale copertura per 12 miliardi ottenuta dal taglio delle pensioni d’oro, cioè quelle superiori a 5mila euro per poi precisare che ad essere tagliate sarebbero solo quelle sopra i 5mila euro netti non coperte dai contributi con il risparmio distribuito su più anni. Accertato che in tal caso il risparmio (si parla di 145mila trttamenti superiori alla soglia dei 5mila euro) non sarebbe certo di 12 miliardi, la deputata Laura Castelli, in un colloquio con La Stampa, interpellata sulla possibilità che la Consulta bocci come in passato la decurtazione, ha precisato che «il problema dei diritti acquisiti si può superare togliendo una quota a tutte le pensioni per poi redistribuire i risparmi da quelle d’oro a quelle più basse». Fatti i dovuti conti sarebbe necessario tagliare del 21% le pensioni sopra i 3mila euro mensili per recuperare annualmente i 12 miliardi.

Come verrebbe finanziata la flat tax

Si deve premettere che esistono pareri anche molto autorevoli sulla bontà delle proposte di Berlusconi e Salvini e sul fatto che, verrebbe comunque fatto salvo il criterio di progressività delle imposte, stabilito dall’art.53 della Costituzione; a questo proposito suggerisco la lettura dell’articolo pubblicato da Investireoggi . Rimane il problema che lo stato andrebbe incontro ad un minore gettito fiscale stimato tra gli 80 e85 miliardi all’anno; per recuperare questo gap si pensa ad una riduzione delle detrazioni fiscali, poiché queste sottraggono gettito allo stato per circa 160 miliardi all’anno. E’ ovvio che una misura del genere penalizzerebbe maggiormente i possessori di un reddito fisso come i lavoratori dipendenti ed i pensionati.

E’ giusto evidenziare, per correttezza delle informazioni, che nei programmi dei partiti sono contemplati anche misure in favore dei lavoratori dipendenti come il salario minimo garantito e la reintroduzione della causale per i contratti a termine.

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Sentenza della Corte n 2774/2018: il contratto a termine va firmato anche dal dipendente.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione  n. 2772 del 5 Febbraio 2018 ha dichiarato illegittimo il contratto a termine quando non sia firmato anche dal lavoratore; questa sentenza influirà in modo significativo sia sul comportamento dei lavoratori che dei datori di lavoro vista la netta tendenza da parte datoriale di utilizzare i contratti a termine piuttosto che quelli a tempo indeterminato.

Le motivazioni addotte nella sentenza della Corte n. 2772/2018

E’ da qualche tempo che diversi datori di lavoro hanno smesso di consegnare ai lavoratori il contratto scritto e firmato dall’azienda, limitandosi ad inviare telematicamente il modello Unilav con il quale viene comunicata all’Ufficio per l’Impiego la costituzione del rapporto di lavoro. Vengono trasmessi i dati del datore, del lavoratore e le caratteristiche del rapporto specificando se si tratta di lavoro a tempo indeterminato o a termine, tempo pieno o parziale. Il modello Unilav va inviato entro il giorno precedente l’inizio del rapporto di lavoro; per legge il contratto di lavoro non ha bisogno della forma scritta (ex art.1350 c.c.) e questo vuol dire che il rapporto di lavoro può essere costituito anche oralmente o per comportamenti concludenti (ad esempio, dando direttamente inizio alla prestazione lavorativa). Premesso che consiglierei comunque sia al datore di lavoro che al dipendente di instaurare un rapporto di lavoro in forma scritta , bisogna ricordare che per i contratti a tempo determinato la forma scritta è richiesta per legge. La sentenza della Corte di Cassazione n. 2772 del 5 febbraio 2018 aggiunge che non solo la forma scritta è obbligatoria ma che è illegittimo il comportamento del datore di lavoro se non fa controfirmare dal dipendente il contratto di lavoro. Non è quindi sufficiente la consegna al lavoratore del documento sottoscritto dal solo datore di lavoro, poiché la consegna in questione, benché seguita dall’espletamento di attività lavorativa, non è suscettibile di esprimere inequivocabilmente una accettazione (peraltro irrilevante ove manifestata per fatti concludenti) della durata limitata del rapporto, ma, plausibilmente, la semplice volontà del lavoratore di esser parte di un contratto di lavoro.

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