Come difendersi dai datori di lavoro disonesti

Le vessazioni del datore di lavoro disonesto

Una domanda a cui spesso i lavoratori dipendenti non sanno come rispondere è : “Come posso difendermi da un datore di lavoro disonesto?”La difficoltà è prima di tutto un problema di conoscenza delle leggi sul lavoro e, secondariamente, le attuali leggi non sono sempre in grado d’impedire comportamenti vessatori dei datori di lavoro, specie se provengono dalla piccola e media industria. Le soluzioni, pur ammettendo che in diversi casi sono lacunose, vanno trovate suddividendo il problema in tre diversi momenti: quello della possibile assunzione, quello del rapporto di lavoro in corso e, infine quello della risoluzione del rapporto di lavoro.

Riconoscere un datore di lavoro disonesto prima di essere assunti

La prima raccomandazione sarebbe quella di non accettare una proposta di assunzione da un datore di lavoro disonesto; in taluni casi per sopravvivere si è disposti ad accettare qualunque proposta ma, laddove fosse possibile fare scelte diverse, il datore di lavoro disonesto si riconosce abbastanza facilmente quando:

  1. viene proposta una retribuzione in nero ( totalmente o parzialmente );
  2. non è prevista la consegna e la firma del contratto di lavoro;
  3. se prevista la consegna del contratto, l’inquadramento e la retribuzione sono inferiori a quelli previsti dai contratti nazionali lavoro;
  4. il contratto prevede la formula a tempo parziale ma ci viene chiesto di lavorare a tempo pieno.

Conviene in questi casi, sempre laddove sia possibile, rifiutare la proposta di assunzione poiché, prima o poi con questi datori di lavoro non ci sono soluzioni indolori; o ci si dimette o ci si ribella con conseguente quasi certo licenziamento.

Si scopre il datore di lavoro disonesto dopo l’assunzione

E’ questo il caso più frequente. Tutto sembre regolare durante i colloqui di selezione e la proposta contrattuale, ma appena s’inizia a lavorare si viene sottoposti a tutta una serie di richieste e/o comportamenti vessatori:

  • non viene consegnata la busta paga o se consegnata riporta la regolare retribuzione concordata, mentre al dipendente viene consegnata una cifra inferiore, chiedendogli comunque di firmare per accettazione la busta paga falsificata;
  • non vengono riconosciute e pagate le relative ore di straordinario;
  • viene chiesto di effettuare ore di straordnario superiore al massimo previsto dai CCNl;
  • vengono applicate modifiche all’orario di lavoro unilaterali;
  • giorni ferie vengono scaricati illegalmente senza che questi siano stati realmente utilizzati dal dipendente;
  • trasferte (laddove previste dal contratto) non sono indennizzate secondo i CCNL;
  • rifiuto di comunicare all’Inail eventuali incidenti sul lavoro;
  • trasferimento del lavoratore da un unità ad un altra senza rispetto delle previsioni di legge;
  • azioni di mobbing con l’obiettivo di ottenenere le dimissioni del dipendente;
  • demansionamento del dipendente non giustificato da motivi organizzativi

Come già detto in precedenza, trovare una soluzione indolore con questi datori di lavoro non è possibile, quindi bisogna prepararsi di affrontare, prima o poi , il problema da un punto di vista legale. Io ho in effetti un solo suggerimento da dare; non appena vi accorgete di essere di fronte ad un datore di lavoro disonesto iniziate a raccogliere qualunque dato che dimostri i suoi comportamenti vessatori. Sappiate che sono riconosciuti come legalmente validi, copie di email, registrazioni e foto prese anche ad insaputa del datore di lavoro, copie di comunicazioni aziendali, file scaricati dal sito dell’azienda ecc. Questa documentazione si potrà rivelare molto utile laddove decideste di denunciare l’azienda all’Ispettorato del lavoro o affidare la vertenza ad un legale sia esso fornito dai sindacati o sia persona di vostra fiducia.

Risoluzione del rapporto di lavoro

I datori di lavoro disonesti tendono a mascherare in qualche modo la risoluzione del rapporto di lavoro per due motivi:

  1. E’ possibile che non abbiano denunciato la vostra assunzione telematicamente con il modello Unilav, quindi non possono neanche denunciare il licenziamento, poiché qualunque omisssione o ritardo nel comunicare modifiche alla struttura aziendale è punita con forti multe.
  2. Le attuali leggi impongono al datore di lavoro il pagamento di un ticket licenziamento ( variabile con l’anzianità del dipendente) con il quale finanziare, in parte, l’accesso alla Naspi del dipendente licenziato.

I motivi di cui sopra portano il datore di lavoro a tentare di effettuare licenziamenti orali che, per la legge, sono considerati nulli. Stante queste osservazioni due sono le azioni da mettere in atto:

  • Accertarsi presso i Centri per l’impiego se è stata segnalata sia l’assunzione che il licenziamento.
  • Inviare una raccomandata al datore di lavoro nella quale, facendogli presente che il licenziamento orale è nullo, vi considerate ancora regolarmente in forza all’azienda e vi date disponibili a riprendere immeditamente il lavoro. Questa comunicazione è estremamente importante in quanto, sino a quando il datore di lavoro disonesto non invierà una regolare lettera di licenziamento per iscritto, per la legge voi sarete considerati comunque in forza all’azienda, con le relative ricadute economiche in caso di vertenza.
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Il cumulo contributivo gratuito

Alla fine, dopo nove mesi di ritardo, l’annuncio è arrivato: la circolare sull’estensione del cumulo contributivo gratuito delle pensioni è pronta e nelle prossime ore sarà operativa.

La circolare attuativa del cumulo contributivo delle pensioni

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha annunciato la pubblicazione di una circolare attuativa del cumulo contributivo gratuito e il documento è stato inviato al Ministero del Lavoro per il via libera definitivo. La norma, che ha l’obiettivo di valorizzare la cosiddetta “contribuzione mista” frutto di carriere discontinue, era entrata in vigore con l’ultima Legge di Bilancio e consentiva ai lavoratori di accorpare i contributi versati nell’arco della propria vita lavorativa a enti diversi dall’Inps o tra diverse gestioni o casse previdenziali, senza oneri a suo carico.
Il ritardo di 9 mesi dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio sembra essenzialmente dovutao dal fatto che ogni Cassa ha un proprio regolamento e utilizza criteri di accesso e metodi statistici diversi per il calcolo della pensione, per cui risultava difficile l’armonizzazione dei metodi di calcolo. Ricordiamo che già con la Legge di Stabilità 2013 i lavoratori potevano scegliere, oltre alla ricongiunzione onerosa dei contributi, anche la totalizzazione ed il cumulo, istituti entrambi gratuiti. L’attuale cumulo contributivo ha però introdotte alcune novità:

  • è stato eliminato il vincolo che finora non consentiva di accedere al cumulo a chi non aveva raggiunto almeno 20 anni di contribuzione, quindi il diritto alla pensione, in una delle gestioni da sommare;
  • sarà consentito utilizzare questo strumento anche per accedere alla pensione anticipata. Quindi a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica;
  •  esiste la possibilità di sommare i contributi di periodi non coincidenti versati anche nelle casse di previdenza dei liberi professionisti, oltre che nelle gestioni Inps (lavoratori dipendenti, autonomi, gestione separata), nell’ex Inpdap (lavoratori pubblici). Il lavoratore potrà quindi raggiungere più semplicemente i requisiti minimi di accesso alla pensione e non si perderà nulla di quanto versato ai fini del calcolo dell’importo dell’assegno previdenziale.

I vantaggi di accedere al cumulo contributivo delle pensioni

Fatta eccezione di quei casi per i quali è chiaramente conveniente utilizzare la ricongiunzione dei contributi, seppure a pagamento, in quanto l’ottenimento di una pensione più alta compenserebbe ampiamente la spesa, l’utilizzo del cumulo contributivo diventa decisamente competitivo con la procedura di totalizzazione dei contributi, sebbene anche questa sia gratuita. La totalizzazione dei contributi permetteva e permette di sommare i contributi solamente per raggiungere il diritto alla pensione ma non di ricevere un unica pensione, in quanto ogni gestione liquida la propria quota calcolata con i propri criteri. Il cumulo permette invece di ricevere un unica pensione anche se in nessuna delle gestioni sono stati maturati i requisiti minimi di contribuzione richiesti. L’applicazione della procedura di totalizzazione prevede che la pensione sia calcolata comunque con il sistema contributivo, sistema che si rivela svantaggioso per chi ha iniziato a versare i contributi prima del 1996. Il cumulo contributivo, non contemplando obbligatoriamente il calcolo con il sistema contributivo, si rileverà vantaggioso per questi pensionandi, poiche potranno beneficiare del calcolo con il sistema retributivo o con quello misto, ottenendo così una pensione più elevata.

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Si profila un nuovo attacco all’attuale sistema pensionistico

Le proposte di modifica all’Art.38 della Costituzione sono un tentativo per trasformare l’attuale sistema pensionistico in un sistema assistenziale, eliminando così ogni possibile appello al diritto sui contributi versati. Ricordiamo a beneficio di tutti cosa recita l’Art.38 della Costituzione:«Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.L’assistenza privata è libera».

Le proposte di modifica all’articolo 38 della Costituzione

Il 25 maggio 2017 è iniziato dinnanzi alla Commissione Affari Costituzionali della Camera l’esame della proposta di modifica all’Art.38 della Costituzione con l’obiettivo di “realizzare un sistema previdenziale improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria“. La proposta, presentata alla stampa con l’appellativo “programma salva giovani” contiene concetti con cui non si può che essere d’accordo, ma una lettura più attenta dei precedenti storici cambiamenti apportati al sistema pensionistico italiano e delle enunciazioni elettoralistiche di alcuni sostenitori dell’attuale proposta, fanno temere per una vera e propria trappola per gli odierni pensionati . Ciò che fa temere per il raggiungimento di un obiettivo diverso da quello enunciato è la diffusione attraverso i media di informazioni ingannevoli, anche perché di difficile interpretazione da parte del grande pubblico. Si è, per esempio, cercato di giustificare la proposta di modifica dell’art.38, con le raccomandazioni inviate dall’OCSE ai governi italiani laddove si dichiara che “….nel quinquennio 2010-2015 la spesa per le pensioni pubbliche ha in media assorbito il 15,7% del PIL, percentuale che sicuramente diminuirà all’aumentare del PIL, ma che comunque va abbassata con una rimodulazione della spesa pensionistica nella direzione di una maggiore sostenibilità“. Giusta e sintetica l’analisi dell’OCSE, fatto salvo che ci si è dimenticati di far notare alcuni aspetti che modificano il valore di quel 15,7% del Pil:

  1. quella percentuale di spesa è comprensiva anche di tutte le prestazioni assistenziali erogate dall’INPS, impropriamente definite pensioni perché dovrebbero in teoria essere sostenute dalla fiscalità generale (misura aborrita da tutti i governi perchè elettoralmente molto penalizzante);
  2. quel 15,7% è calcolato sulle pensioni lorde per cui contiene anche la trattenuta Irpef che i pensionati riversano immediatamente nel bilancio pubblico, essendo una trattenuta esercitata alla fonte dal sostituto d’imposta;
  3. l’OCSE forse no sa che l’intero gettito fiscale, ricavato dalle pensioni, grava su circa un 30% dei pensionati, cioè quei 700/800 mila pensionati considerati fortunati perché ricevono pensioni superiori ai 3000 euro lordi/mese.

Alcune dichiarazioni dei proponenti fanno capire che l’intenzione è quella di scatenare un conflitto generazionale quando dichiarano che” qualunque intervento normativo non può ignorare le discriminazioni e le situazioni di privilegio che già oggi sottraggono risorse alle pensioni più basse e che, sopratutto, si scaricheranno sulle spalle delle generazioni future

La storia degli interventi adottati sul sistema pensionistico

I giovani che leggono oggi quella dichiarazioni non conoscono la storia di tutti gli interventi  già adottati dai diversi governi sulle pensioni in essere. Vale la pena rivedere quel lungo elenco che dimostra esattamente il contrario; a partire dal 1967 se c’è stata una categoria discriminata è stata proprio quella dei pensionati:

  • Contributo di solidarietà 1967/1968. Trattenuta progressiva sulle pensioni ed istituzione della pensione sociale.
  • Limite del sistema perequativo 1975: Sistema perequativo al 100% del costo della vita limitato ai soli trattamenti minimi.
  •  Contributo di solidarietà 1978. Trattenuta per la creazione dell’Opera Nazionale pensionati d’Italia. Trattenuta ancora in vigore malgrado la soppressione dell’ONPI.
  • Modifica al sistema di perequazione: nel 1983 era trimestrale, nel 1986 diventò semestrale e nel 1994 annuale.
  •  Pensione di reversibilità 1995. Ridotta la pensione spettante ai superstiti
  • Contributo di solidarietà 1999. Trattenuta per tre anni a decorrere dal gennaio 2000 del 2% sui trattamenti superiori ad un massimale.
  •  Modifica del sistema di perequazione legge 388/2000. Rivalutazioni in percentuali diverse a seconda delle diverse fasce superiori – Contributo di solidarietà 2003. Trattenuta del 3% per tre anni per pensioni d’importo superiorre a 25 volte il minimo sociale
  • Sospensione della perequazione. per l’anno 2008 per pensioni superiori a 8 volte il minimo sociale
  • Contributo di perequazione 2011. Trattenuta a decorrere da Agosto 2011 fino al 2014 sulle pensioni superiori ai 90000 euro.
  • Contributo di solidarietà 2011. Trattenuta del 3% a carico dei contribuenti, pensionati compresi titolari di un reddito complessivo superiore ai 300.000 euro lordi.
  • Modifica del sistema di perequazione. Meccanismo progressivo per gli anni 2014/2016.
  • Sospensione della perequazione. Sospensione della perequazione sulle pensioni superiori a 2 volte il minimo inps. Legge in attesa della decisione della Corte costituzionale del 24 Ottobre 2017.
  • Riduzione calcolo pensione 2014. Applicazione del sistema retributivo se il sistema contributivo portasse ad una pensione d’importo superiore al primo

Chi non conosce questo elenco d’interventi sulle pensioni, come credo la maggior parte dei giovani di oggi è scusabile; i politici che lo conoscono benissimo e sostengono la modificca all’Art.38 della Costituzione non sono altro che ideologi dello stato assistenziale, concetto ormai superato nella stessa Russia e nella Cina. Un vero programma salva giovani non dovrebbe puntare ad una nuova riforma del sistema pensionistico, ma a creare reali condizioni affinchè i giovani possano lavorare in modo continuativo, guadagnare un giusto salario e versare i relativi contributi all’Inps. Le proposte invece che, negli ultimi tempi, sono circolate sui media puntano esclusivamente a penalizzare la maggior parte delle pensioni odierne, come ad esempio suggerito in modi diversi dal presidente dell’Inps; se il progetto di modifica dell’art.38 della Costituzione venisse approvato, non ci sarebbe Corte Costituzionale che terrebbe. Le pensioni potrebbero essere abbassate senza ricorrere né a sospensione di perequazione né a contributi di solidarietà e tantomeno a ricalcoli con il sistema contributivo. Sarebbe possibile abbassare, in maniera strutturale, tutte le pensioni che superano una certa soglia media in applicazione del parametro “equità fra generazioni”. La politica pensionistica non sembra capace di rompere con la commistione tra previdenza e assistenza, anzi sembra imboccare la corsia inversa, quella di un sistema interamente assistenziale

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Il ricorso amministrativo INPS per gli errori di calcolo pensione.

l’Inps non può richiedere sempre la resituzione di somme pagate per errori di calcolo

E’ necessario presentare un ricorso amministrativo Inps, quando l’Istituto chiede la restituzione di somme indebitamente percepite per errori di calcolo pensione, non conseguenti a comportamenti dolosi del pensionato.

L’inps chiede la restituzione di somme erogate per errore di calcolo pensione

Abbiamo riferito nel precedente articolo sul fatto che migliaia di pensionati stanno ricevendo, in questi giorni, diverse lettere da parte dell’Inps con cui viene richiesta la restituzione di alcune somme che, per errore, sono state erogate sugli assegni; in pratica questi pensionati avrebbero ricevuto di più rispetto a quanto dovuto per cui l’Inps sta cercando di recuperare tali somme.
Abbiamo anche chiarito che, in base ad una sentenza della Corte Costituzionale (sentenza n. 482/2017), la richiesta dell’Inps si deve ritenere legittima solo quando l’errore di calcolo pensione è stato conseguenza di comportamenti dolosi od omissivi da parte dei pensionati; negli altri casi la richiesta dell’Istituto deve essere respinta, procedendo a presentare un ricorso amministrativo Inps.

Come presentare un ricorso amministrativo Inps

La prima cosa da fare, non appena si dovesse riscontrare un errore dell’Inps, consiste nel presentare un ricorso amministrativo, che sarà deciso da un organo dello stesso Istituto, a seconda del tipo di errore in contestazione; si tenga ben presente che il ricorso amministrativo è una condizione necessaria per poter procedere con ulteriori azioni, nel malaugurato caso si debba poi proseguire con un’azione giudiziaria contro l’Inps. Il pensionato potrà ricorrere al giudice nei seguenti casi:

  •  il ricorso si è concluso con una decisione negativa;
  •  sono decorsi i termini entro i quali l’iter amministrativo si sarebbe dovuto concludere, senza che l’Istituto abbia fatto sapere la sua decisione;
  • sono decorsi comunque 90 giorni dalla data di presentazione del ricorso amministrativo (qualora non sia previsto alcun termine per la decisione), in quanto si rientrerebbe nell’ipotesi del cosidetto silenzio-rigetto

Le normative prevedono che, in diversi casi, non sia necessario effettuare il ricorso amministrativo per poter poi rivolgersi ad un giudice; tra questi casi cito quello nel quale l’interessato domanda un provvedimento d’urgenza, poiché il diritto fatto valere è minacciato da un pregiudizio grave, imminente ed irreparabile. Premesso che consiglio l’immedita consultazione di un legale, mi sembra che questo caso si configuri quando la richiesta dell’Inps riguardi la restituzione di somme indebitamente erogate di valore molto elevato, tale per cui metterebbero a rischio la stabilità sociale dell’interessato. Consiglio comunque, al di la del caso sopra specificato, di avvalersi dell’assistenza di un legale, in quanto il percorso giudiziario può essere molto complesso; vale la pena ricordare che l’invio di un ricorso amministrativo Inps si può effettuare solo attraverso il canale telematico specificando che:

  1. i soggetti in possesso di Pin dell’Inps o di identità digitale unica Spid, dal sito dell’Istituto, sezione Servizi per il cittadino, possono presentare personalmente il ricorso online;
  2. gli altri soggetti dovranno ricorrere ad un patronato o ad un intermediario dell’Istituto (ad esempio, un consulente del lavoro).
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Difendersi dagli errori INPS nel calcolo delle pensioni.

Difendi la pensione dagli errori INPS

L’INPS starebbe inviando ad alcuni pensionati missive con la richiesta di rimborso di somme erogate per errore nel calcolo delle pensioni; secondo la Fipac, federazione aderente a Confesercenti, molti pensionati avrebbero ricevuto una missiva dell’istituto di previdenza contenente la richiesta di rimborso di somme, anche ingenti, erogate per errore. La Fipac, ha chiesto urgenti chiarimenti al presidente dell’, per capire quante sono le persone realmente coinvolti dalle richieste di restituzione.

La recente sentenza della Corte di Cassazione sugli errori commessi dall’INPS nel calcolo della pensione

Riteniamo che il problema non sia determinare quanti pensionati hanno ricevuto queste richieste di rimborso, ma se le richieste sono legittime e nel caso non lo siano quali azioni devono essere intraprese dagli interessati per bloccare le eventuali rivalse dell’INPS. Ci aiuta a questo proposito una recente sentenza della Corte di Cassazione e più esattamente la sentenza n. 482/2017, quindi certamente adatta a comprendere il quesito di questo paragrafo. La sentenza in estrema sintesi afferma due concetti:

  1. L’INPS, dal momento in cui scopre di erogare una pensione errata, ha il diritto di apportare le dovute correzioni e, quindi erogare una nuova pensione.
  2. L’INPS non può pretendere la restituzione delle somme erogate in eccesso a meno che l’errore commesso sia conseguenza di comportamenti dolosi od ingannevoli da parte del pensionato.

La sentenza infatti afferma che l’ente erogatore può rettificare in ogni momento le pensioni per via di errori di qualsiasi natura, ma non può recuperare le somme già corrisposte, a meno che l’indebita prestazione sia dipesa dal dolo dell’interessato. La Corte, contrariamente alla tesi sostenuta dall’INPS, ha ricordato che in base all’art. 52 della legge n. 88/1989, espressione di un principio generale di   (cfr. Cass n. 328/2002), “le pensioni possono essere in ogni momento rettificate dagli enti erogatori in caso di errore di qualsiasi natura commesso in sede di attribuzione o di erogazione della pensione, ma non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita prestazione sia dovuta a dolo dell’interessato”.

Quando l’indebita prestazione è dovuta a dolo dell’interessato

Alcuni esempi possono chiarire cosa s’intende per indebita prestazione dovuta a dolo dell’interessato La legge, in senso generale, prevede che gli indebiti debbano essere restituiti se il pensionato è a conoscenza di fatti che incidono sul diritto alla pensione o sulla sua misura e non li segnali all’INPS; se l’interessato non comunica all’istituto, o comunica solo in parte, dei fatti sconosciuti all’ente, che possono avere delle conseguenze sul diritto o sulla misura della prestazione, l’INPS non è responsabile dell’errore e, di conseguenza, può recuperare legittimamente e per intero le somme erogate per sbaglio. Nel caso contrario, se l’interessato ha comunicato all’Inps i fatti che incidono sul diritto o sulla misura della prestazione, e l’INPS continua a erogare per intero le somme, quanto percepito in eccesso dal pensionato non può più essergli chiesto indietro. Merita una diversa interpretazione il caso in cui le somme in più liquidate al pensionato derivano da una mancata o errata valutazione degli altri redditi del pensionato (caso molto frequente nella determinazione delle pensioni di reversibilità). L’INPS infatti deve verificare ogni anno i redditi che possono condizionare l’ammontare o il diritto alle pensioni ed esiste un preciso termine entro cui l’istituto può procedere al recupero delle somme riconosciute in più, superato il quale gli importi non dovuti non possono più essere richiesti indietro. In particolare:

  • se i redditi che rilevano sul diritto o sull’ammontare della pensione non erano, in principio, conosciuti dall’Inps, la restituzione delle somme deve essere richiesta entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui l’istituto viene a conoscenza dei redditi;
  • se i redditi che influiscono su diritto o misura della pensione sono compresi nella dichiarazione annuale (730 o modello Unico), l’indebita erogazione delle somme deve essere notificata entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello della dichiarazione.

In caso contrario, le somme non possono essere chieste indietro eccettuate le ipotesi, come già spiegato, in cui sia accertato il dolo del contribuente.

Cosa fare se la richiesta di rimborso è illegittima

L’argomento, certamente complesso, meriterebbe un più ampio approfondimento, cosa che mi riprometto di fare in un prossimo articolo; mi limito per ora ai suggerimenti di carattere essenziale:

  1. è necessario intraprendere un ricorso amministrativo;
  2. il ricorso amministrativo è una condizione necessaria per procedere, successivamente, all’azione giudiziaria contro l’Inps;
  3. nel caso in cui l’esito del ricorso amministrativo sia negativo o vi sia stato silenzio-rigetto si dovrà procedere a far causa all’Inps.

E’ dunque bene, nel caso l’INPS richieda la restituzione di somme indebite per errori di calcolo della pensione, controllare la propria situazione personale e, se del caso, presentare immediato ricorso contro la richiesta dell’istituto.

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