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Il cumulo contributivo gratuito

Alla fine, dopo nove mesi di ritardo, l’annuncio è arrivato: la circolare sull’estensione del cumulo contributivo gratuito delle pensioni è pronta e nelle prossime ore sarà operativa.

La circolare attuativa del cumulo contributivo delle pensioni

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha annunciato la pubblicazione di una circolare attuativa del cumulo contributivo gratuito e il documento è stato inviato al Ministero del Lavoro per il via libera definitivo. La norma, che ha l’obiettivo di valorizzare la cosiddetta “contribuzione mista” frutto di carriere discontinue, era entrata in vigore con l’ultima Legge di Bilancio e consentiva ai lavoratori di accorpare i contributi versati nell’arco della propria vita lavorativa a enti diversi dall’Inps o tra diverse gestioni o casse previdenziali, senza oneri a suo carico.
Il ritardo di 9 mesi dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio sembra essenzialmente dovutao dal fatto che ogni Cassa ha un proprio regolamento e utilizza criteri di accesso e metodi statistici diversi per il calcolo della pensione, per cui risultava difficile l’armonizzazione dei metodi di calcolo. Ricordiamo che già con la Legge di Stabilità 2013 i lavoratori potevano scegliere, oltre alla ricongiunzione onerosa dei contributi, anche la totalizzazione ed il cumulo, istituti entrambi gratuiti. L’attuale cumulo contributivo ha però introdotte alcune novità:

  • è stato eliminato il vincolo che finora non consentiva di accedere al cumulo a chi non aveva raggiunto almeno 20 anni di contribuzione, quindi il diritto alla pensione, in una delle gestioni da sommare;
  • sarà consentito utilizzare questo strumento anche per accedere alla pensione anticipata. Quindi a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica;
  •  esiste la possibilità di sommare i contributi di periodi non coincidenti versati anche nelle casse di previdenza dei liberi professionisti, oltre che nelle gestioni Inps (lavoratori dipendenti, autonomi, gestione separata), nell’ex Inpdap (lavoratori pubblici). Il lavoratore potrà quindi raggiungere più semplicemente i requisiti minimi di accesso alla pensione e non si perderà nulla di quanto versato ai fini del calcolo dell’importo dell’assegno previdenziale.

I vantaggi di accedere al cumulo contributivo delle pensioni

Fatta eccezione di quei casi per i quali è chiaramente conveniente utilizzare la ricongiunzione dei contributi, seppure a pagamento, in quanto l’ottenimento di una pensione più alta compenserebbe ampiamente la spesa, l’utilizzo del cumulo contributivo diventa decisamente competitivo con la procedura di totalizzazione dei contributi, sebbene anche questa sia gratuita. La totalizzazione dei contributi permetteva e permette di sommare i contributi solamente per raggiungere il diritto alla pensione ma non di ricevere un unica pensione, in quanto ogni gestione liquida la propria quota calcolata con i propri criteri. Il cumulo permette invece di ricevere un unica pensione anche se in nessuna delle gestioni sono stati maturati i requisiti minimi di contribuzione richiesti. L’applicazione della procedura di totalizzazione prevede che la pensione sia calcolata comunque con il sistema contributivo, sistema che si rivela svantaggioso per chi ha iniziato a versare i contributi prima del 1996. Il cumulo contributivo, non contemplando obbligatoriamente il calcolo con il sistema contributivo, si rileverà vantaggioso per questi pensionandi, poiche potranno beneficiare del calcolo con il sistema retributivo o con quello misto, ottenendo così una pensione più elevata.

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Come recuperare i contributi silenti

E’ talvolta possibile recuperare quei contributi che, non essendo sufficienti per raggiungere il diritto alla pensione, rimangano nelle casse dei fondi pensione in cui sono stati versati. Esistono procedure che gli interessati devono attivare e che permettono, anche se non sempre, il recupero delle somme versate.

Cosa sono i contributi silenti

I contributi silenti sono i versamenti fatti alle casse previdenziali nel corso della vita lavorativa, non sufficienti a raggiungere i requisiti per la pensione. Le situazioni lavorative più diverse, come ad esempio la discontinuità nei contratti ed il precariato, casi oggi molto diffusi, possono portare il lavoratore a rapportarsi con casse previdenziali diverse; può quindi accadere di smettere di versare i contributi prima di raggiungere la quota minima prevista dalla cassa, perché questa permetta di maturare il diritto alla pensione, pur avendo raggiunto l’età anagrafica pensionabile.
Alcune gestione previdenziali li restituiscono. È il caso, ad esempio, delle casse di medici, architetti, giornalisti, commercialisti, veterinari; altre, invece, non prevedono questa possibilità. L’esempio più significativo è quello dell‘Inps che, per legge, non restituisce i contributi versati. Stesso dicasi per l’Enasarco, cassa degli agenti di commercio: in entrambi i casi se non si raggiungono i 20 anni di contribuzione, i soldi sono persi.
Non ci sono dati precisi, solo stime che parlano di milioni di lavoratori che hanno pagato a vuoto, soprattutto donne, ex lavoratori autonomi, stagionali agricoli, professionisti con una vita lavorativa irregolare; alcune fonti di stampa quantificano l’impatto in circa 10 miliardi di euro da restituire spalmati su una platea di circa 7 milioni di cittadini.
I lavoratori maggiormente interessati, se limitiamo l’analisi della situazione all’INPS, sono quelli ricadenti nel sistema misto, cioè coloro che risultano in possesso di contribuzione al 31.12.1995; per questi soggetti il requisito contributivo minimo per la pensione di vecchiaia è, infatti, particolarmente elevato: pari a 20 anni di contribuzione unitamente ad un’età anagrafica pari a 66 anni e 7 mesi. Chi non riesce a raggiungere tale cifra non avrebbe alcuna possibilità di ricevere una pensione. Coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995, hanno invece una situazione più favorevole, perchè la pensione di vecchiaia può essere ottenuta anche con soli 5 anni di contributi anzichè 20 ma, tal caso, l’età per il pensionamento slitta a 70 anni e 7 mesi.

Sistemi per utilizzare i contributi silenti

Si diceva, all’inizio del post che, in taluni casi, è possibile utilizzare i contributi silenti, non correndo il rischio di lasciarli inutilizzati nelle casse dei fondi pensione:

  •  Utilizzare il cumulo dei periodi assicurativi. Non è necessario che i 20 anni di contributi siano maturati tutti in una sola gestione previdenziale, potendo essere raggiunti sommando diversi lavori. Facciamo l’esempio di un lavoratore con 14 anni di contributi da lavoro dipendente e altri 6 anni versati nella gestione separata dell’Inps. Grazie al cumulo dei periodi assicurativi può sommare tali periodi al fine di acquisire i 20 anni minimi richiesti per pensionarsi. Tale facoltà può essere utilizzata, dal 2017, anche nei confronti dei contributi versati presso le casse professionali.
  • Utilizzo dei contributi volontari versati. I lavoratori che hanno raggiunto i 15 anni di contributi entro il 1992 o che siano stati autorizzati al versamento di contributi volontari entro la predetta data, possono andare in quiescienza all’età stabilita per la pensione di vecchiaia unitamente ad un requisito contributivo di 15 anni di contributi anzichè 20 anni.
  • Utilizzare la facoltà di computo. I lavoratori e le lavoratrici iscritte alla gestione separata INPS hanno a disposizione un particolare strumento normativo per riunire gratuitamente nella gestione separata tutti i contributi sparsi nelle altre gestioni della previdenza pubblica obbligatoria, al fine di conseguire un’unica prestazione pensionistica. Questi lavoratori avranno la possibilità di pensionarsi con le regole del contributivo (cioè con 70 anni e 7 mesi e almeno 5 anni di contributi) ma dovranno soddisfare diverse condizioni: possedere almeno 15 anni di contributi, di cui 5 nel sistema contributivo, cioè dopo il 1995 e aver maturato i requisiti per l’esercizio del computo dopo il 31.12.2011.
  • Richiedere la contribuzione volontaria. L’ultima soluzione è quella di procedere al versamento della contribuzione volontaria, raggiungendo così il requisito minimo richiesto per la pensione di vecchiaia. Si tratta di una soluzione onerosa il cui esborso dipende dall’ultima retribuzione percepita in costanza di rapporto di lavoro, dunque, l’onere sarà tanto più elevato quanto maggiore era lo stipendio prima della disoccupazione; ad esempio un lavoratore con 12 anni di contributi senza prospettive di lavoro può farsi autorizzare dall’Inps a versare contributi volontari e raggiungere così gli 8 anni di contribuzione mancanti al minimo dei 20 anni.

La contribuzione silente, nel caso nessuna delle suddette soluzioni possa essere applicata, dovrà considerarsi perduta in quanto, tranne per le casse prima citate, l’NPS è autorizzata per legge a non restituire quei versamenti.

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Il dramma dei NEET in Italia

Il dramma dei NEET in Italia è emerso con la pubblicazione del rapporto della Commissione Europea sui risultati del progetto “Garanzia Giovani “; come al solito il nostro paese risulta essere sempre il meno efficiente nell’adottare iniziative programmate dall’Europa per venire incontro ad alcuni problemi dei paesi membri. Il progetto Garanzia Giovani è stato un flop un poco in tutta Europa, con l’eccezione del Belgio, ma l’Italia è quella che ha avuto i risultati peggiori; per capirne le ragioni è necessario ricordare chi sono i NEET e che cosa si proponeva il progetto Garanzia Giovani.

Chi sono i giovani NEET

NEET è l’acronimo della frase inglese “Not in Education, Employment, or Training” cioè giovani che non studiano, non hanno lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi. I sociologi individuano la nascita di questa particolare popolazione di giovani, nella difficoltà di realizzare le cinque tappe di transizione tipiche del modello di società occidentale: uscita dalla casa dei genitori, completamento del percorso educativo, ingresso nel mercato del lavoro, formazione della famiglia, assunzione di responsabilità verso i figli. Questo percorso che fino agli anni 70/80 era abbastanza rapido e realizzato più o meno da tutti alla stesse età, da quel momento in poi il percorso è diventato molto più accidentato, personalizzato ed imprevedibile; questa involuzione ha una delle sue cause principali nell’estrema difficoltà di entrare nel mondo del lavoro. I dati Eurostat relativi al 2016, prendendo in considerazione solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, stimava in poco meno di 2milioni e 500 mila la popolazione dei NEET in Italia, mentre l’Istat ritiene che oggi siano poco più di 2milioni e 200 mila

Quali obiettivi aveva ed ha il programma Garanzia Giovani

Iniziamo con il dire che il programma era rivolto a tutti i giovani che, al momento della registrazione, fossero stati  in possesso dei seguenti requisiti:

  • età compresa tra i 15 e i 29 anni compiuti;
  • essere in una condizione di disoccupazione ai sensi del d. lgs. n. 150/2015;
  • non essere iscritti a percorsi di istruzione o formazione professionale ovvero accademici e terziari;
  • non avere in corso di svolgimento il servizio civile o un tirocinio extra-curriculare;
  • non avere in corso di svolgimento interventi di politiche attive attuate con Dote Unica Lavoro;
  • essere in condizione di regolarità sul territorio nazionale;
  • aver completato da non più di 4 mesi, i percorsi di istruzione, istruzione e formazione professionale ovvero percorsi universitari e terziari;

Le imprese che avessero assunto con contratto a tempo determinato o indeterminato giovani dai 15 ai 29 anni, registrati nel programma, avrebbero potuto usufruire di bonus occupazionali.
L’obiettivo del progetto, che nel caso possa interessare qualche vostro conoscente potrete trovarlo seguendo il link Garanzia Giovani, era quello di contattarei NEET e, tramite programmi di formazione, avvicinarli prima ed inserirli poi nel mondo del lavoro. Ebbene in Italia si è riusciti ad avvicinare solo un 10% della popolazione NEET.

Le ragioni del fallimento del progetto Garanzia Giovani

Le ragioni del flop possono essere tante ma, leggendo analisi accreditate come quelle dell’Università Cattolica, due sembrano le più probabili: la prima è un modello culturale che rende accettabile una lunga dipendenza dei figli adulti dai genitori, e la seconda è l’ampia quota di economia sommersa all’interno della quale prolifera il lavoro in nero. Un analisi approfondita individua all’interno della popolazione dei NEET tre sottopopolazioni; circa un milione di NEET è attivamente alla ricerca di lavoro, mentre il resto si divide in persone che si dicono non interessate a trovare un impiego e altre che si dicono potenzialmente interessate, ma così scoraggiate da non cercarlo più. Chi si dice non interessato in effetti sta aspettando di aprire un’attività o sta valutando possibili opzioni o svolge attività di aiuto in famiglia, ma tra questi c’è chi ha un lavoro irregolare continuativo. L’indagine ha messo in rilievo che anche nel gruppo degli “scoraggiati” è presente una parte di giovani che si arrangia facendo saltuariamente lavoro in nero per cui si può stimare che siano varie centinaia di migliaia gli under 30 che ufficialmente risultano NEET ma che nella pratica svolgono un lavoro remunerato nell’economia sommersa.
E’ per questo motivi che ritengo drammatica la situazione dei NEET; o non lavorano o se lavorano lo fanno con contratti irregolari o in nero. Mi domando quale sarà il futuro di questi giovani se le pensioni continueranno ad essere calcolate con il sistema contributivo; o non avranno pensione o, se l’avranno, saranno talmente basse da ritenersi sotto il limite della povertà assoluta.

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La pensione di cittadinanza

Foto di Cesare Damiano

Il presidente della Commissione lavoro

E’ sperabile che quanto ipotizzato da Cesare Damiano sulla creazione della così detta pensione di cittadinananza, non rimanga una sterile proposta e, nel breve tempo, sia messa nel dimenticatoio. Questa ipotesi sembra più realistica di quanto non siano il reddito di cittadinanza e il lavoro di cittadinanza.

Le ragioni a sostegno della pensione di cittadinanza

Sono molteplici le osservazioni che giusitificherebbero la formulazione di una pensione di cittadinanza, nella previsione che, in un prossimo futuro, i contributi accumulati da una certa fascia di lavoratori saranno talmente bassi da non permettere l’erogazioni di pensioni pari all’assegno sociale. Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, subiranno l’effetto deprimente sia di leggi dello stato sia di situazioni di mercato:

  •  Coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 96 andranno in pensione totalmente con il sistema contributivo, tale per cui la la misura della loro pensione verrà calcolata sulla base esclusivamente dei contributi versati.
  • Una grandissima parte dei lavoratori ha avuto rapporti di lavoro talvolta saltuari, a tempo determinato, spesso part time, talvolta retribuiti con i voucher, situazioni queste che hanno contribuito a rendere minimali i contributi accumulati presso il Fondo pensioni lavoratori dipendenti.

E’ quindi prevedibile che il combinato disposto dei due elementi porterà ad ottenere pensioni così dette da fame.

Come dovrebbe essere finanziata la pensione di cittadinanza

La proposta di Cesare Damiano (proposta di legge 2100 Gnecchi-Damiano) prevede che per tutti i lavoratori andati in pensione dal ’96 in poi con il sistema contributivo si assicuri un assegno base pari a quello sociale, circa 500 euro; poi ciascun lavoratore aggiungerà i suoi contributi. La nota importante consiste nel fatto che questo assegno base sarebbe finanziato dalla fiscalità generale e in parte dalla stessa previdenza. Si tratterebbe, secondo Damiano di una misura di civiltà; chi ha alle spalle un’epserienza di lavoro fatta di contratti a termine, licenziamenti, stage, voucher non potrà mai avere contributi sufficienti ad assicurargli un assegno dignitoso. Lo stato dovrbbe recepire come standard di dignità un assegno di 1500 euro lordi, integrando la parte mancante a tale soglia; se passasse questo concetto credo che lo stato dovrebbe rivedere tutte le pensioni sotto quel valore e ciò comportebbe un notevole aggravio di spese. L’idea di Cesare Damiano non si ferma solo alla pensione di cittadinanza, ma considera anche la revisione di due normative previste nella legge Fornero e nel Jobs Act:

  • l’art.18 dovrebbe nuovamente essere rivisto, reintroducendo la possibilità di reintegra nei licenziamenti collettivi e nei licenziamenti disciplinari;
  • dovrebbe essere resi strutturali gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato;
  • andrebbe rispristinata in casi eccezionali (perdita di lavoro intorno ai 60 anni) la mobilità per permettere il raggiungimento del diritto alla pensione.

Considerati tutti questi aspetti è inutile illudersi; ammesso e non concesso che la pensione di cittadinanza diventi una realtà, ciò non potrà certo avvenire in tempi brevi.

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Pensione anticipata a 63 anni

inpsQuesta informazione, anche se vedremo interessa un numero limitato di lavoratori, è importante poiché conferma che esiste una via percorribile per ottenere la pensione anticipata a 63 anni.

Le normative sul pensionamento anticipato

E’ noto che, per accedere alla pensione anticipata, come modificato dalla legge Fornero, nel 2016 sono necessari 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e per le donne 41 anni e 10 mesi. Esiste poi la possibilità di richiedere la così detta pensione anticipata contributiva, alle seguenti condizioni:

  •  63 anni e 7 mesi ( per adeguamento alla speranza i vita) di anzianità anagrafica;
  • accreditamento di almeno 20 anni di contribuzione;
  • l’ammontare dell’assegno ottenibile, in base al calcolo contributivo, deve essere perlomeno di 2,8 volte maggiore di quello sociale quindi pari ad almeno 1255 euro

Chiarimenti INPS sulle pensioni anticipate

Si riteneva che la pensione anticipata contributiva fosse destinata ai solo lavoratori aventi diritto al calcolo della pensione interamente con il sistema contributivo (soggetti senza alcuna contribuzione anteriore al 1996). L’Inps invece, con la circolare 184/2015, ha precisato che la pensione anticipata contributiva può venire richiesta anche a chi possiede contributi prima del 1996, a patto però che sia iscritto nella Gestione Separata; questa apertura interessa tutti quei soggetti come liberi professionisti, lavoratori autonomi, co.co.co ecc. a cui viene data la possibilità di cumulare nella Gestione Separata contributi provenienti da gestioni diverse per ottenere una sola pensione. La novità sta nel fatto che verrebbero presi in considerazione i contributi versati sino al 31/12/1995, contributi che, a norma, avrebbero concorso alla determinazione della pensione secondo il sistema retributivo

Criteri per il riconoscimento dei contributi nella gestione separata

Ai fini del riconoscimento dei contributi nella Gestione Separata sono necessarie le seguenti condizioni:

  • anzianità contributiva inferiore a 18 anni, maturata al 31 dicembre 1995;
  •  anzianità contributiva totale pari ad almeno 15 anni, di cui almeno 5 maturati dopo il 31 dicembre 1995;
  • effettuazione della computazione della contribuzione versata presso l’assicurazione generale obbligatoria, o i fondi esclusivi o esonerativi dell’ago e le gestioni dei lavoratori autonomi;
    esercizio della facoltà del computo al momento della presentazione della domanda di pensione

Non bisogna comunque dimenticare che, il sistema contributivo porta a delle penalizzazioni rispetto al sistema retributivo, per cui  la possibilità di accedere alla pensione anticipata come sopra descritto può rivelarsi favorevole per coloro che posseggono contributi non utili al calcolo retributivo.

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